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Una cupa vicenda di corte è al centro di questa tragedia composta nel 1775, ma a lungo rimaneggiata fino alla stesura definitiva del 1789. In ossequio alla ragion di stato Filippo ii di Spagna ha sposato Isabella di Valois, già promessa al figlio Carlo, che continua ad amarla; per questo il sovrano nutre nei confronti del giovane principe sentimenti di odio, gelosia e sospetto e non esita a condannarlo a morte con la falsa accusa di cospirazione e tentato parricidio. Costretto a scegliere tra il veleno e il pugnale, Carlo si uccide con la spada che ha trafitto l'amico Perez, che ha tentato inutilmente di difenderlo, mentre Isabella proclama la sua innocenza dandosi la morte con il pugnale di Filippo. Ispirata al Tiberio di Tacito, la figura di Filippo è la prima grande incarnazione del tipo del tiranno alfieriano, e domina l'intera tragedia con la sua spietata efferatezza. Ma possiede anche una segreta umanità: «benché scelleratissimo, pure è uomo», consapevole che la vittoria ottenuta con la sanguinosa vendetta si muterà presto nel tormento di dover continuare a vivere nella «orribil reggia», tra i fantasmi delle sue vittime, costretto a perpetrare altri delitti per conservare il potere.
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