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A Rouen, in quella Normandia asfittica su cui aleggia il fantasma letterario di Emma Bovary, Pierre e Françoise, raffinati intellettuali parigini, conoscono Xavière, una ragazzetta per la quale entrambi provano un morboso attaccamento. Sono gli anni a cavallo tra i Trenta e i Quaranta del Novecento, la Francia è sull’orlo della guerra e dell’occupazione, l’ultimo scampolo di leggerezza, forse, prima che il conflitto segni un’intera generazione. In questo clima sospeso, la giovane è “invitata” a entrare nella coppia, e presto diventa il fulcro di un delicatissimo ménage à trois: inesperta, capricciosissima, malinconica e irascibile, sconvolgerà gli equilibri dei suoi due mentori, trascinandoli in un valzer di ingenuità e cinismo, fino a un tragico finale. Ricchissimo di echi autobiografici, L’invitata (1943) è il primo romanzo di Simone de Beauvoir: il ritratto di un groviglio affettivo fatto di solitudini e ossessioni, ma soprattutto di una ricerca di senso che va ben oltre la riflessione, pur acutissima, sui possibili modelli di coppia e d’amore.