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Nella vastissima bibliografia verdiana, mancava un'analisi completa delle sue opere registrate a partire dall'introduzione della tecnica di ripresa elettrica nel 1925. Diversi studi critici ne hanno fatto cenno negli scorsi decenni, ma dall'interno di rassegne onnicomprensive relative al melodramma registrato. La prima parte di questo studio, Il canone in disco, si pone il problema di mettere in evidenza il diagramma di quello che, a partire da metà Novecento, è stato il Rinascimento verdiano consegnato al disco soprattutto nel periodo d'oro delle grandi realizzazioni discografiche. Nel saggio La contemplazione del vero, viene invece sviluppata un'indagine sulle strategie del teatro musicale verdiano. Verdi fece infatti dell'orchestra l'espressione plastica di quanto i personaggi sulla scena avvertivano inconsciamente. Spesso trattato con la sufficienza che si riserva ai monumenti nazionali, Verdi si rivela acuto conoscitore dei Romantici tedeschi, i Francesi dell'Opéra comique e di quella civiltà capace, negli antichi polifonisti, di sospendere il tempo e far sì che il compositore facesse, di lui, ciò che lo scultore fa della pietra. Questa analisi capillare, condotta ignorando le convenzioni vigenti, è un atto dovuto al genio più malinteso, nella storia del teatro musicale.
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