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Dopo Il giallo violino della fenice, edito in questa stessa collana nel 2023, Vincenzo Di Oronzo approda con «La rosa di Gerico» a una raccolta poetica in cui traspare la grana di una voce ricca di inflessioni originali, vibratile ed errabonda, attenta ad attingere alle più svariate occasioni di un'inimitabile joie de vivre. Tali inflessioni sono improntate al recupero di un'affabulazione di taglio onirico, anche se mai avulsa da una realtà spesso affrontata con le armi di un attualissimo engagement. Studioso di psicologia junghiana, Di Oronzo radicalizza rispetto al precedente libro la tendenza a una spiccata visionarietà ereditata da autori ermetici o post-ermetici (Gatto, Sinisgalli, l'incantevole Bodini dei Poeti surrealisti spagnoli) che, insieme alla lezione di qualche outsider come Ripellino, diviene uno dei tratti distintivi della sua poetica. In realtà la visionarietà di Di Oronzo, contestualizzata da precise reminiscenze storiche, aspira a una quête di natura ontologica, nonostante l'insistito ricorso a una deformazione di tipo espressionista. La raccolta va letta come una singolare messinscena in cui sfilano personaggi ricorrenti, dove convivono il ripelliniano «clown che piange in stracci di gioia» e «i figuranti del teatro del Nō», Odisseo e Nefertiti, Leonor Fini e il «Samuel imitatore di uccelli». Questi «funamboli della dimenticanza» hanno un alcunché di patetico e indissolubile che li caratterizza, relegando il cammeo dei loro profili al verso di monete irrimediabilmente fuori corso. (p.d.p.)
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